Inizia oggi per il team il primo vero e proprio giorno Kazako: scaldati i motori ci si dirige verso la città di Atyrau.

Intorno alla carovana si stende una sconfinata steppa resa “viva” dalla presenza di cavalli allo stato brado, mucche e cammelli che con aria fiera e noncurante dei mezzi lungo via attraversano qua e là la strada.
Avvistiamo anche numerose trivelle: non c’è da dimenticare che l’estrazione di petrolio in questo paese è una tra le attività principali.
Sono quasi le due del pomeriggio, abbiamo fatto solo 180 km ma avanzare a passo spedito, come già accennato ieri, è davvero impossibile. Veniamo così invitati da una coppia di signori (amici di Yernar) a consumare un veloce pranzo a casa loro. E’ l’occasione per noi di scoprire ed entrare nel vivo della cultura e dello stile di vita di questo paese. L’accoglienza è calorosa, la casa alterna elementi legati alla tradizione antica ad altri prettamente moderni.
Ci sediamo a gambe incrociate sui tappeti disposti intorno alla tovaglia imbandita per noi: un ottimo riso con carote e carne è il piatto offertoci accompagnato da una bevanda tipica che viene preparata nel giorno del loro capodanno (celebrato il 22 marzo) a base di latte di cammella, carote, carne, riso, grano e sale e a cui loro tengono molto.
Come di consuetudine a fine pasto il capofamiglia deve dare la benedizione: un grande in bocca al lupo per il nostro viaggio e la speranza di rincontrarci. Salutiamo e ci rimettiamo in marcia.
Entrati ad Atyrau dopo 250km ci dirigiamo subito a visitare la moschea Manjali: simbolo evidente del passaggio alla realtà islamica che rappresenta il 70% della popolazione.
Vogliamo ancora entrare più nel vivo della vita kazaka e cosa di meglio se non visitare il mercato? Una realtà dal fascino innato dove età, razze, profumi, colori, odori incantano anche il visitatore più freddo.

La serata termina poi con una cena tipica Kazaka a base di Besbarmark: carne di cavallo e montone bollite, tagliate e mescolate con strisce di pasta fatta in casa e servito con brodo di montone. Il suo nome significa “cinque dita” perché la tradizione vorrebbe venga mangiato con le mani. Ci si prova…l’impegno è comunque sempre apprezzato!