Nessun elicottero, nessuna sirena, nessuno sparo questa mattina. La città vista dall’alto della collina in cui soggiorniamo pare dorma ancora. Mentre Filippo torna nuovamente in Ambasciata iraniana per il ritiro dei passaporti con il relativo visto (incredibile la velocità con la quale siamo riusciti ad ottenerlo a dispetto di ciò che ci era stato detto in Italia!), i nostri operatori, Roberto e Enrico, si recano al cimitero occidentale di Kabul: si tratta di un camposanto costruito nel 1800 ai tempi della presenza delle truppe inglesi. In seguito all’arrivo dei talebani venne quasi completamente distrutto perché considerato il cimitero del “Dio sbagliato”. Ad oggi alcune tombe sono state riassestate e altre, di civili e di stranieri presenti nel paese di qualsiasi provenienza, aggiunte. Insomma è diventato un po’ il cimitero di tutte quelle persone di fede diversa dall’Islam.

 

Al rientro del nostro capo spedizione, veniamo informati che la città è in parte bloccata a seguito dell’arrivo di uno dei capi talebani il cui intento parrebbe essere quello di cercare di trovare una sorta di armistizio (lo scetticismo è più che concesso, sebbene la speranza sia sempre l’ultima a morire!). Rimanere chiusi in hotel tutto il giorno, non è però nelle nostre corde e discutendo con le nostre guide riusciamo a organizzare comunque la giornata. Tutti insieme ci dirigiamo perciò in centro dove, dopo un lauto pranzo, andiamo a fare un’intervista in un dormitorio universitario a un gruppo di giovani studenti. Cerchiamo di capire come sia la vita qui per un ragazzo, quale l’approccio con il sesso femminile e quali le prospettive future.

 

I giovani vivono in piccoli spazi con il poco che hanno, trascorrono il tempo libero giocando a calcio o pallavolo e le loro serate cucinando una volta ciascuno e aiutandosi negli studi. Non possono frequentare le ragazze se non di nascosto da amici e famigliari perché vietato e considerato irrispettoso. La maggior parte dei matrimoni sono combinati o comunque entrambe le famiglie devono accettare i relativi sposi. In università spesso e volentieri i professori non hanno nemmeno il titolo di studio per essere chiamati tali e non si presentano alle lezioni. Prospettive per il futuro? Non ora…le avranno se e solo quando la situazione economica e sociale del paese dovesse iniziare a cambiare. Una realtà molto triste, ma che orma da giorni abbiamo potuto percepire appieno.

 

Decidiamo poi di tornare a Chicken Street per intervistare Mohammed Rashi, il proprietario di un negozio di tappeti e sciarpe (interamente fatti a mano grazie alla maestria di un suo collaboratore) il quale sta portando avanti, seppur con fatica, l’attività del padre iniziata circa 60 anni fa. Ci spiega quanto sia stato difficile dall’inizio della guerra prima e dall’arrivo dei talebani dopo, riuscire a far sopravvivere questa piccola azienda a conduzione famigliare indicando quale causa principale, la totale mancanza di sicurezza nel paese e quindi la conseguente mancanza di turisti che sono stati e sarebbero la principale fonte di guadagno. Dal canto nostro cerchiamo di dare una piccola spinta alla sua economia tuffandoci negli acquisti di colorate e morbide sciarpe: c’è chi le compera di seta, chi di cotone e chi di calda lana.

 

Solamente uscendo dal negozio ci si rende della velocità con la quale sia volato il tempo…si è fatto buio! E’ tempo di tornare in albergo, darci una rinfrescata e uscire a cena.