Siamo entrati ieri sera nell’Azerbaijan iraniano, dove vivono una gran fetta dei fedeli di Zoroastra. Nei centri abitati le moschee sono più limitate e molte donne, non solo giovani, ma anche le più anziane cercano in qualche modo di ribellarsi indossando non più lo chador nero e lungo, bensì sciarpe poco più grandi di fazzoletti dai motivi colorati. La loro voglia di libertà si esprime anche nel modo di porsi con “forestieri” come noi: non timide, ma gioiosamente spontanee. A colazione un numeroso gruppo di signore con il capo pressoché scoperto si avvicina chiassosamente alla nostra tavola e inizia a inondarci di domande per poi elencarci tutti i viaggi fatti in giro per l’Europa e per il Mondo. Forse proprio anche per questo motivo, per ciò che queste donne hanno potuto apprendere al di fuori del loro paese, il desiderio di potersi esprimere senza repressioni si è fatto ancora più forte. Si rivolgono poi a Stefania invitandola a non sentirsi obbligata a portare il velo in questa zona e di non aver paura. Lei ringrazia, ma onde evitare rimproveri, preferisce non andare eccessivamente contro le regole: nei luoghi più affollati continuerà a indossarlo.

Ci portiamo poi a bordo dei nostri Volkswagen per iniziare un’altra giornata alla scoperta di questo paese dalle mille sfaccettature. Dapprima facciamo tappa su di un promontorio di Maragheh da cui abbiamo la possibilità di osservare il panorama circostante in tutta la sua immensità e poi via verso il Lago di Urmia. Prima che si prosciugasse per il 90% a causa della costruzione di dighe e per l’utilizzo delle sue acque per l’irrigazione circostante, con i sui 5.200 chilometri quadrati era il più grande lago del Medio Oriente e il sesto lago salato della terra. Lo raggiungiamo scollinando tra montagne di terra che gli fanno da cornice perimetrale: la vista è impressionante e desolante al tempo stesso. Il bianco salino incrostato sul letto di quel che di certo era uno spettacolo della natura si perde a vista d’occhio. Raffigurazioni passate del lago, lo ritraggono circondato da alberi e abitato da svariate specie di pesci sott’acqua e migliaia di splendidi fenicotteri rosa in superficie, ora ovviamente inesistenti. Laddove un tempo c’era acqua, oggi si trovano tracce di piste che portano nei villaggi circostanti e noi curiosi le solchiamo per avere una prospettiva più vicina di quel che è rimasto.

E’ poi tempo di rimetterci sulla strada principale e prendere la direzione per Kandovan, uno straordinario villaggio di oltre 800 anni dove ancora oggi vivono quasi 700 persone e noto per la particolarità delle sue abitazioni. Furono, infatti, ricavate all’interno di singolari formazioni venute a crearsi sulla montagna probabilmente a seguito di una forte eruzione vulcanica del Monte Sahand. L’idea è indubbiamente estrosa, originale e geniale…peccato però che anche qui il turismo eccessivo abbia rovinato l’autenticità del villaggio.

E’ poi tempo del nostro pic-nic e poi via verso Tabriz, campo base per due notti.